Chi comanda al Cairo

E’ un mondo meno che ideale e ci sono democrazie islamiche incompiute che si reggono sulla dualità governo-esercito al potere. Sono democrazie che reggono male, con soprassalti e scossoni, ma reggono. Con eccezioni e casi particolari, funziona così: il governo imprime allo stato una forza centrifuga visionaria ispirata al Corano, la “deriva islamista” che tanto spesso compare nei titoli dei giornali, e l’esercito risponde con una forza centripeta uguale e contraria che tiene lo stato ancorato al resto del mondo. Leggi Il Cairo recide i contatti con Israele di Daniele Raineri
13 AGO 20
Immagine di Chi comanda al Cairo
E’ un mondo meno che ideale e ci sono democrazie islamiche incompiute che si reggono sulla dualità governo-esercito al potere. Sono democrazie che reggono male, con soprassalti e scossoni, ma reggono. Con eccezioni e casi particolari, funziona così: il governo imprime allo stato una forza centrifuga visionaria ispirata al Corano, la “deriva islamista” che tanto spesso compare nei titoli dei giornali, e l’esercito risponde con una forza centripeta uguale e contraria che tiene lo stato ancorato al resto del mondo. Sono checks and balances di fatto, non previsti da una Costituzione scritta, ma è appunto un mondo meno che ideale. Un esempio? Il modello turco, in bilico tra i generali che si rifanno al laicismo kemalista e il musulmano Partito della Libertà e della giustizia guidato dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan, modello che al momento vede i generali sotto schiaffo e il governo in vantaggio. Un esempio in senso opposto? L’Algeria: i generali hanno messo al potere il loro uomo, il presidente Abdelaziz Bouteflika, e tengono i partiti islamisti al margine del discorso politico. Anche in Pakistan c’è questa dualità esercito-governo civile, ma è un terzo caso ancora: là sono i generali a essere islamisti e hanno anche ampi poteri senza controllo (“tutti i paesi hanno un esercito, in Pakistan un esercito ha un paese”, si dice); i partiti al governo sono moderati al confronto, ma l’impressione è che la leadership civile del potere sia poco rilevante. Nell’Indonesia del dopo Suharto invece i militari son tornati nelle caserme e hanno smesso di governare il paese, anzi, non hanno nemmeno più il diritto di voto, e – sorprendente per il paese con più musulmani al mondo – i partiti islamici al governo appartengono alla corrente moderata.
Domenica in Egitto il partito islamista uscito vittorioso dalle elezioni ha eliminato questo dualismo stellette-musulmani in un solo pomeriggio, spedendo in pensione i generali più alti in grado (finora senza reazioni) e sostituendoli con altri, più giovani e assai meno indipendenti. C’è chi ha salutato la mossa come la vera fine del regime di Mubarak, perché in fondo l’unico risultato della rivoluzione di piazza Tahrir, per più di un anno e mezzo, è stato semplicemente scambiare un despota di 84 anni con un generale di 79 (Mohamed Tantawi). C’è chi vede troppo potere concentrato nelle mani del presidente Mohammed Morsi, che sta governando senza più il controllo di un Parlamento – perché è stato sciolto da una sentenza dei giudici – e senza nemmeno le regole di una Costituzione – perché lui stesso ha annullato l’ultima Carta costituzionale emendata dai generali. Ora non ci sono più scuse, i Fratelli musulmani non hanno ostacoli: hanno il potere assoluto sull’Egitto e quindi anche la piena responsabilità.